Il mio nuovo racconto è online su minima&moralia.
L'illustrazione di copertina è un dettaglio dell'opera "Ritorno a Oz" dell'artista Simonetta Pedicillo (trovate il suo account Instagram qui).
Buona lettura!
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L'illustrazione di copertina è un dettaglio dell'opera "Ritorno a Oz" dell'artista Simonetta Pedicillo (trovate il suo account Instagram qui).
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E che artista. Francesco De Gregori è uno che negli anni Settanta fu accusato di essere un profittatore, subendo un violento attacco da parte di alcuni militanti di Autonomia Operaia, che nella piena contestazione della opprimente società borghese ritenevano corretto minacciare persone disarmate impugnando una pistola e conducendo processi sommari. Si sa, la rivoluzione non è un pranzo di gala...
La colpa di De Gregori negli anni Settanta? Non essere abbastanza rivoluzionario (come può esserlo uno che scrive un album come Rimmel, dove non c'è nemmeno un appello alla rivolta proletaria?) e arricchirsi col suo mestiere invece di metterlo al servizio della contestazione. Insomma, l'esigenza, allora come oggi, è tracciare i confini. I rappresentanti della cultura si devono posizionare in maniera chiara, netta, non ambigua, per permetterci di sceglierli più facilmente, evitando la fatica di provarli, di abituarci al loro stile, di capire che non fanno per noi (magari dopo ore di tempo che avremmo potuto dedicare a qualcosa che sicuramente ci piace). Che mettano la giusta spilletta sulla giacca o pronuncino le giuste parole d'ordine, allora. Che siano organici a questa o quella formazione politica, senza dubbi o tentennamenti. Ci rendano facile il ruolo di consumatori!
Ma è questo che è giusto pretendere dalla cultura e dall'arte?
Chiaramente no, ed è per questo che De Gregori, finito al centro di nuove polemiche con la sua ultima conferenza stampa, ha (in parte) ragione. "Se scrivessi Rimmel oggi, ti darebbero spazio?", si chiede. "La risposta è no", ribatte, adducendo come motivazione una complessità del songwriting oggi andata perduta. Ma questa è solo la premessa. Quella contro cui si scaglia De Gregori è la subordinazione dei prodotti creativi alle esigenze preconfezionate (dall'algoritmo) del pubblico, al suo bisogno di riconoscersi in prodotti che rappresentino una confortevole conferma delle proprie aspettative, a loro volta il risultato circolare di una semplice ipostatizzazione dei trend attuali. La questione scottante, però, arriva solo dopo questo preambolo. "Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali, di guerra... perché tutto ciò va analizzato con estrema cura, e il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente", aggiungendo di non capire gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico. "Perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C'è bisogno di Springsteen che ci dica che è contro l'amministrazione Trump?".
"Ma che sbaglio c'è nel sensibilizzare le persone?" gli chiede un giornalista. "Lo faccio con le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico", risponde De Gregori. "Non mi sento superiore a nessuno da poter insegnare come si vive, come si legge un giornale o quale posizione prendere su Gaza, su Israele o sull'Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni, ho le idee confuse anche io e mi sembra onesto avere le idee confuse... Il mio pensiero non è totalitario. Se devo prendere lezioni da qualcuno le prendo da un filosofo, non da un cantante".
Questo, in sintesi, è il pensiero che ha sollevato un'ondata di indignazione, un processo sommario virtuale (senza armi, questa volta) unendo in un unico coro di protesta i molti feriti da questo presunto tradimento, da questo attentato contro il bisogno di sentirsi parte di una comunità coesa e granitica. Ed è qui che vorrei partire per appuntare le ragioni di De Gregori, sottolineando il bisogno di posizionamento che il pubblico pretende nei suoi atti di consumo culturale, cercando di epurare tutto ciò che rende il prodotto consumato non conforme alle attese, o scomodo, o contradditorio. Il consumo dei prodotti culturali assolve a un'unica funzione: quella del riconoscimento, mediante la fruizione di contenuti che evidenzino fin da subito l'elemento identitario di riferimento. Nell'arte come nel linguaggio, il bisogno neo-tribale delle nostre comunità spezzettate è quello di un codice immediato di riconoscimento, perché si possa bypassare lo spiacevole processo di scandaglio, di dubbio, di attrito, di ripensamento, di critica che dovrebbe accompagnare ogni processo di formazione dell'opinione, fino all'eventuale scelta. Processo attraverso cui, inevitabilmente, la vita ci costringe a passare, anche se non vogliamo e facciamo finta di niente.
Riassumendo, cosa sembra rivendicare De Gregori rispetto al ruolo dell'arte e della canzone popolare? Da un lato la sua autonomia. L'artista non deve subordinarsi a metaforici mecenati, come non deve essere al servizio del suo pubblico (come vorrebbe invece un sistema basato sull'invadenza di algoritmi che appiattiscono la proposta su una media delle aspettative, che finisce col rendere innocua ogni proposta). La canzone deve esprimere i suoi contenuti con un linguaggio che è quello che le è proprio, rifuggendo toni da agitprop o da pamphlet. L'oggetto d'arte è un mondo a sé stante che si connette con il pubblico in modo indiretto e sottile (se non ambiguo): è tutta qui la bellezza dell'arte, nel lasciare aperti spazi per l'interpretazione, per l'incertezza, per il caos e anche per la contraddizione. Sembra invece che il politically correct di chi vorrebbe dipingersi come controcorrente sia il metro per valutare la produzione culturale: se trapela anche un piccolo sospetto di incompatibilità al credo prevalente, allora si è subito pronti per la crociata sdegnata e censoria. L'arte deve creare scompiglio, deve rivendicare anche un po' altezzosamente un ruolo più elevato, deve costringerci a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri dogmi.
Dall'altro lato De Gregori rivendica l'inadeguatezza dell'arte a farsi megafono ideologico, ridimensionando il ruolo del cantante pop in un'epoca dove avere visibilità pubblica è sempre meno garanzia di autorevolezza. Trovo questo esercizio di modestia un fatto importante, soprattutto in un ecosistema dove la coltivazione dell'ego è dominante e dove la complessità è ridotta a slogan pronti all'uso. Rivendicare di avere dubbi, anche su questioni dirimenti, è forse uno dei gesti più spiazzanti quando tutti intorno a noi sembrano vivere di certezze incrollabili (salvo affollare gli studi degli psicologi). Non si tratta di uno svilimento di un ruolo ancora prezioso, ma della consapevolezza che questo sia mutato rispetto ai tempi in cui il megafono della cultura pop poteva avere un impatto decisivo sulla società (perché connesso con istanze sociali diffuse, radicate). Oggi quel potere è svanito, e rischia di tradursi in ridicolo per il semplice fatto che un re nudo che si crede vestito fa effettivamente ridere. Nell'ecosistema multimediale di oggi convive tutto e il contrario di tutto, e il risultato è un infinito rincorrersi di stimoli, nessuno dei quali può vantare un impatto rilevante al di fuori delle rispettive micro bolle. Per questo, forse, l'artista farebbe meglio a sfruttare il suo ruolo in modo più coraggioso di così, aprendo voragini invece di confermare attese, facendo del suo essere un sassolino un distruttore di ingranaggi invece che un'illusoria rolling stone.
E allora, cosa stona nelle affermazioni di De Gregori? Il fatto è che, pur ridimensionato, un personaggio pubblico rimane in grado di raggiungere una platea ampia, e questo impone l'assunzione di responsabilità. Responsabilità che non si esauriscono soltanto nella presa di coscienza della propria parzialità e inadeguatezza, o nella volontà di prendere le distanze dalle forze appiattenti della contemporaneità. Responsabilità significa anche riconoscere quando qualcosa è troppo grave per essere taciuta. Il parlare, a quel punto, non dovrebbe essere dettato dall'esigenza di arruolarsi nelle fila di questa o quella tribù culturale, ma dal rispettare il proprio ruolo di interprete simbolico dei fatti del mondo. Gaza non è una questioncina da rotocalco, ma una delle più grandi tragedie del nostro tempo. Se non si vogliono lanciare proclami (cosa buona e giusta), non ci si dovrebbe nemmeno sottrarre dalla responsabilità di dire qualcosa che possa anche fare arrabbiare qualcuno. La parola, la voce dell'artista, se di vera arte si sta parlando, porta sempre con sé qualcosa di imponente, di sacro, perché costringe ad una riflessione, anche critica, anche problematica. Sottrarsi a questo tipo di responsabilità con quel cinismo sprezzante tipico del nostro tempo risulta un passaggio amaro, non così nobile.
Dunque, Francesco De Gregori non ha né torto né ragione. Ha sia torto che ragione. Si può criticare, ma allo stesso tempo celebrare. Immagino anche che sia una persona capace di essere tanto educata quanto maleducata, ogni tanto. Un artista profondo ma che si lascia andare a pigrizia e volgarità, di tanto in tanto. Ed è strano, orribile, ma spesso le cose vanno così, a questo mondo.
La tradizione può essere rinnegata, riletta, riesumata in revival più o meno posticci, adorata come una reliquia intoccabile.
Quello che non si può fare con la tradizione è ignorare che esista. Le band elencate di seguito sono tra gli esempi più fulgidi di come si possa onorare quanto fatto nel passato manipolandone creativamente la formula di partenza. Si può rendere il passato irriconoscibile rivoltandolo come un guanto, oppure lo si può rinvigorire costringendolo a volgere la testa al futuro, facendone un mezzo espressivo e culturale per aggredire il presente.
Ramones - Ramones (Sire, 1976)A fine anni Settanta il club CBGB di New York era uno dei templi sacri della new wave americana. Curioso, dal momento che l'acronimo stava per Country, Bluegrass, Blues. Proprio qui Patti Smith, Television, Blondie e Talking Heads iniziarono a sovvertire i canoni della musica popolare, svecchiando la proposta e rendendo tutto più dritto, spoglio e minimale. Tra i grandi protagonisti della scena non si possono non citare i celeberrimi Ramones, forse tra i più efficaci nel creare un suono distintivo, riconoscibile, giocosamente provocatorio e caustico. La formula è semplice: power pop, garage, surf rock e doo wop trasfigurati in un sound sfrontato, grezzo e minimale, addirittura parossistico nella sua ripetitività da filastrocca. Punk-rock, per capirci. Un'innovazione totale che lavora su un recupero oltranzista degli elementi base - basso, chitarra, batteria - consacrati a riff velocissimi e ridondanti, a un mood scanzonato, sardonico, capace di dare un nuovo slancio tanto alle power ballad (I Wanna Be Your Boyfriend), quanto ai pezzi più veloci (Judy Is a Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue). Un disco iconico che rappresenta una cesura netta tra un modo di concepire la musica e un altro, lasciando segni indelebili negli sviluppi del pop-rock.
Il disco d'esordio dei Suicide è un tipico esempio di evoluzione per mutazione genetica. Si parte da basi note per lasciare che qualcosa vada storto nel profondo del procedimento di trascrizione, finendo con una creatura radicalmente aliena rispetto alla matrice originaria. Qui si mantiene intatto lo spirito rock'n'roll e rockabilly, i vocalizzi e gli ululati, le posture istrioniche e l'enfasi sessualizzata, ma ogni elemento è passato per un filtro distopico alla Mad Max, per un negativo synthpop caustico e dissacrante. Alan Vega e Martin Rev, due nomi che da soli fanno pensare a creature aliene, pronte per invadere l'underground newyorkese di fine anni Settanta (già piuttosto infestato, come abbiamo visto). E allora non rimane che farsi trascinare dalle pulsazioni ritmiche ossessive di Ghost Rider e Rocket USA, tra fitti sibili di sampledelia primordiale, con la voce di Vega nebulizzata e vaporizzata nell'eco e gli improvvisi guizzi armonici di sintetizzatore alla Silver Apples, oppure farsi ammaliare dalla melassa inquinata di Cheree (su cui prenderanno appunti gli Spacemen 3 e i Jesus and Mary Chain), o ancora lasciarsi travolgere dalla furia psicotica di Frankie Teardrop, sorta di versione maniacale della State Trooper dello Springsteen di Nebraska. Un ascolto che traccia un solco netto tra un prima e un dopo, tra cosa si può e cosa non si può fare in musica, per una preziosa lezione di istrionismo e di coraggio. Ascolti i Suicide e capisci che lo stesso magma dissacrante può spezzare le gambe a qualsiasi vecchia, polverosa e opprimente tradizione. Di Alan Vega e Martin Rev, però, non ne fanno molti.
The Gun Club - Fire of Love (Ruby, 1981)L'operazione, qui, è più sottile (se così si può dire), ma altrettanto radicale. Il punk applicato all'americanità profonda, tra blues, rockabilly, prewar music in generale, tra omaggi veri e propri (Preachin' the Blues di Son House, Cool Drink of Water di Tommy Johnson) e le personali scorribande di Jeffrey Lee Pierce, impegnato nel suo immaginario punk-voodoo delirante. Una versione ideale di quello che sarebbero potuti essere i Rolling Stones se fossero nati a fine anni Settanta. La prima volta che ho sentito She's Like Heroin to Me e For the Love of Ivy ho capito quello che, in modo pacchiano, viene illustrato nella sequenza del film Sinners: cioè che esiste una continuità spiritica tra le forme espressive della musica popolare - nera e non -, e che questa continuità può agire come una vera e propria possessione. Si parla proprio di quel Fire Spirit che infesta il brano e sembra guidare Lee Pierce nella sua litania suadente e sempre più infuocata. Qui sta la forza di certa musica americana, nel dare universalità a una tradizione locale e regionale, dandoci frutti che possiamo tranquillamente adattare ad ogni contesto.
The Dream Syndicate - Medicine Show (A&M, 1984)
La scena neo-psichedelica di Los Angeles nei primi Ottanta aveva un nome: Paisley Underground. Spiegata brevemente: un gruppo di amici e conoscenti che condivide l'amore per vinili e musica vintage e condivide i palchi nel bel mezzo dell'America reaganiana. Il risultato è una manciata di dischi che fa fluire l'energia punk e post-punk in rievocazioni garage e jangle, tra Velvet Underground, Byrds e 13th Floor Elevators. Una versione desertica e psichedelica delle pulsioni urbane di altre scene regionali, per una sorta di Tom Petty consacrato all'underground e alla scena alternative. Il suono dei Dream Syndicate di Steve Wynn è forse tra i più influenzati dal post-punk, come testimonia un fenomenale disco desordio. Il secondo lavoro è però quello che preferisco: dietro la sua apparente compostezza cantautoriale si cela un più intensivo lavoro di destrutturazione degli ingredienti della tradizione. Basti la magnifica John Coltrane Stereo Blues, con il suo pulsare bombastico che si trasforma in una jam destrutturata e noise, per non parlare di brani intensi e perfetti come Daddy's Girl, Burn o Bullet With My Name on It, tra country alternativo post-Neil Young e un indie rock goticheggiante e stentoreo, tutti impreziositi dalla splendida chitarra di Karl Precoda. Un lavoro dall'impatto immediato (il primo ascolto è ancora impresso nella mia mente, con la pandina verde che solcava le stradine aostane proiettandosi in qualche scenario da deserto del Mojave), invecchiato benissimo e pronto per affascinare generazioni su generazioni.
Strana nel senso doppio di bizzarra
ed estranea.
Bizzarra perché vive di dinamiche
peculiari, in qualche modo uniche (per quanto la provincia si assomigli tutta).
Estranea perché fuori dalle dinamiche nazionali nelle quali è inserita (per quanto,
in fondo, ad Aosta si trovino in nuce i caratteri nazionali nella loro
purezza). Bizzarria ed estraneità si compenetrano, finendo con l’avvilupparsi
in una sintesi che fa di Aosta un posto tutto sommato ordinario, normale, ma
che insiste nel rappresentarsi come altro, come straordinario, risultando
effettivamente tale per autopoiesi.
Prendiamo per cominciare la questione
politica. Il motto “né a destra né a sinistra”, nella sua banalità da baretto,
è reiterato con fierezza e convinzione, rappresentando ormai un credo
fondamentale della classe dirigente. Il problema, qui, sta tutto nella povertà
della visione: non si tratta di una terza posizione, ma di un bieco
posizionamento: si sta dove conviene, volta per volta, per qualche briciola in
più. La palla passa ogni volta al rispettivo partito nazionale di destra o
sinistra che può offrire di più, riducendo la politica valdostana ad un
mercanteggiare tra miglior offerenti. La ripetizione enfatica ne ha fatto però
una verità autoevidente. La politica valdostana può riassumersi in questo gioco
di opportunismo vassallo, dipinto ovviamente come fiera presa di distanze dal
mondo là fuori.
A livello sociale, e qui la cosa
si fa più interessante, Aosta è un mondo in miniatura incapace di elevarsi a
società civile (per questioni di scala ma anche di inadeguatezza) e per questo
cristallizzata in una dimensione corporativa inconsapevole e parcellizzata. I
gruppi sociali sono raramente distinti dai loro rappresentanti più in vista,
facendo di questa incapacità di astrazione (o universalizzazione) degli
interessi di gruppo tanto un elemento di semplificazione delle relazioni,
quanto di esacerbazione che vomita sul piano pubblico le idiosincrasie inter-individuali
al loro stato grezzo, non digerite e non elaborate. Questo doppio piano non è
mai netto, ma si risolve in una conflittualità estremamente conservatrice,
perché ogni volta risolta o nell'accordo di buon vicinato, o nel mutuo e ostile
coesistere nei propri rispettivi giardini di casa.
L’assenza di una società civile,
col suo conseguente vacuum di generalità e astrazione, si riflette, oltre che
nella politica, in ogni ambito, compreso quello culturale. Il pubblico
valdostano è uno, indistinto, entusiasta. Non esistono pubblici (o target), ma
una platea generalista che riceve l’animazione culturale offerta dalle
strutture preposte, e lo fa generalmente applaudendo. Non esiste una critica,
né in termini giornalistici né in termini di dibattito pubblico, ma solo un lieto
(o indifferente) prendere nota del prossimo appuntamento sul palinsesto. Esiste
uno spazio da riempire, l’importante è che questo si riempia. Esistono poi micromondi
locali che vivono di rendita e di ammirazione eterna, mai messi in discussione
e anzi fonte di rassicurazione contro ogni ansia da prestazione: anche noi
abbiamo i nostri gioielli, protetti dal mondo esterno.
La bizzarria sta nel fatto che
questa autorappresentazione scricchiola in maniera sempre più evidente, facendo
dell’autocoscienza dell’aostano una vera falsa coscienza. Da un lato la
composizione demografica di una valle dove i giovani spariscono privilegia le strutture
familiari tradizionali, legate a settori, attività, rendite e costumi altrettanto tradizionali. Dall’altro la turistificazione sempre più pressante espropria
ogni possibilità di immaginare la propria città al di fuori del ruolo di luna
park consumistico, sempre capace di far brillare gli occhi ai locali nell’illusione
di una centralità fasulla. Pensandoci non sopravvive nemmeno un’identità
propriamente alpina, ceduta con un po’ di boria alle località più in alto.
Esistono spazi di ribellione e
inventiva? Forse, anche se sembra che ogni possibilità di uscire dalla morsa soffocante
della programmazione pubblico-privata degli spazi urbani e di vita sia sempre
più difficile per ragioni strutturali, culturali e demografiche. Di certo
esiste una larga porzione di abitanti aostani che vive in maniera estraniata, ectoplasmatica,
la propria esistenza in questo contesto. In che senso? Nel senso che queste
persone vivono, lavorano, amano, fanno attività (ecc.) sottraendosi però dal
dovere performativo di scrivere una dichiarazione d’amore per la propria valle ogni volta
che fanno una foto di un panorama alpino. Una fetta di popolazione insensibile
(se non ostile) alle esigenze di autorappresentazione locale, disinteressata agli
eventi che affollano i calendari, estranea alla retorica politica dell'assedio perenne e della incantevole pétite patrie. Una parte
assente, si direbbe. Ma forse, proprio grazie al suo essere impermeabile e naturalmente
resistente ai tic locali, al suo sottrarsi da un immaginario imposto e posticcio, questa componente potrebbe essere potenzialmente capace di farsi corpo estraneo e
scardinare automatismi di lungo corso. Automatismi che però, al momento, paiono ancora incardinati ben a fondo nell'identità di questa città.
Il
cimitero gotico di Highgate non ha nulla di lugubre, a meno che non ci si trovi
a girare tra le vecchie lapidi di pietra invase dall’edera in un freddo
pomeriggio di pioggia. Quel giorno, invece (era un venerdì, o un sabato), c’era
il sole e la luce inondava gentilmente il quartiere da cui, in alcuni punti, si
può vedere Londra dall’alto.
Highgate
è un ridente sobborgo ad oltre 100 metri sul livello del mare abitato da
giovani famiglie, da trentenni hipster e da anziani londinesi facoltosi. Il
quartiere ha tutto l’aspetto di un villaggio a sé stante, con le sue strade
pulite, i viali alberati, le facciate vittoriane e georgiane, i negozietti di
fiori, le groceries e le caffetterie dove trovare dolci e prodotti
biologici. Il continuo saliscendi che porta al cimitero passando per l’abitato
lungo High Street, è l’ideale per passeggiate
domenicali. Swain’s Lane, poi, mette alla dura prova le gambe con la
sua pendenza insolita: stretta e ripida, la stradina è costeggiata da due file
di muri in mattoni che celano ville moderniste immerse nella vegetazione. Una
di queste ville è la Eidolon House, progettata dall’architetto
Dominic McKenzie. Una facciata dell’edificio, in vetro e acciaio, è interamente
a specchio e riflette gli alberi di fronte, scomparendo – o raddoppiandosi –
nello spazio.
È in questo contrappunto variabile di sensazioni, di suggestioni, di vedute, di aperture e chiusure dello spazio urbano, che si entra al cimitero di Highgate. Poco vicino c’è un parco pubblico, e le voci dei bambini sono uno dei suoni prevalenti mentre ci si avventura sul selciato che si dirama in svariati sentierini, più o meno battuti, tra olmi, querce e tigli (ancora spogli, si era in marzo).
Scelsi di procedere a caso, come mio solito, lasciandomi guidare
dall’ispirazione del momento, dagli scorci che allacciavano di volta in volta
la mia curiosità, giocando a perdermi tra i vialetti di terra battuta sempre
più intricati di radici, ciottoli, edere, e disseminati di lapidi ottocentesche
divorate dal tempo, alcune inclinate e in rovina, spinte fuori asse dai moti
del terreno, ormai quasi elementi geologici. Non riuscì a non pensare a quel
brano degli Smiths, dove il protagonista, in un “terribile giorno di sole”, si
aggira tra le tombe e, con il favore del suo nume Wilde, legge le incisioni e
si chiede:
“All those people, all those lives
Where are they now?
With loves,
and hates and passions just like mine
They were born and then they lived and then they died
It seems so unfair, I want to cry.”
Il mio
giorno di sole non era per niente terribile, anzi, era una finestra spalancata.
Sarà per questo che aggirarmi tra le lapidi non mi faceva impressione. Il
ricordo è vivo: la luce che filtrava tra i rami spogli mescolava in un’unica combinazione
di tinte tenui e nitide il verde brillante delle felci, l’azzurro vivo del
cielo e le pietre scure rigate di muschio. Mentre cercavo di mettere tra
parentesi il motivo per cui ero lì, nel frattempo affiancato da mille altri
motivi, tutti riuniti all’interno di uno più grande e complessivo, notai
la tomba nera, moderna e vagamente pacchiana, di Malcolm McLaren, il manager
dei Sex Pistols. Lo stemma con le iniziali mi parve una trovata disneyana
di cattivo gusto, soprattutto se confrontata con gli ornamenti semplici e
solenni delle lapidi tutte intorno. Più mi inoltravo tra gli alberi, più
sentivo imprimersi sul mio passo la curvatura di uno spazio doppio, dove vita e
morte interagiscono armonicamente, senza stacchi netti, lasciando che il mutare
delle cose coinvolga tanto le tombe, ognuna segnata a suo modo dal passare del
tempo, quanto chi le percorre, che non può che vedersi specchiato su un opposto
piano simbolico e allegorico. La sorpresa, tra le pieghe di questa strana
dimensione distorta eppure limpida, fu vedere come, tra le austere incisioni
ottocentesche, iniziassero a comparire caratteri farsi, dedicati a esuli
iraniani doppiamente sradicati dalla loro terra (dallo shah prima, dagli
ayatollah poi), oppure esotici ed eleganti kanji giapponesi, segno di
connessioni antiche e di fascinazioni che permangono intatte tra umani uniti
dallo stesso destino.
Non
volevo raggiungere già la mia meta. Mi sembrava che i sentieri si
moltiplicassero all’infinito, e che ne avessi percorsi una minima
frazione. Nel frattempo, la luce si screziava piegandosi
all’inclinazione della stagione, proiettando ombre oblique che, in un mondo
indifferenziato, avrebbero interrotto i miei passi, facendomi inciampare di
continuo. Notai che più convergevo verso il centro, più le tombe diventavano un
tutt’uno con il suolo, perse in un oblio secolare, inesorabile. Cercai la tomba
di Hobsbawn, senza successo. Ne vidi altre, anonime e cariche di
significati che coglievo solo in parte. Non potevo rimandare oltre. Mi riportai
sul selciato principale, risalendo lungo il lato est. In cima al leggero
pendio, sulla destra, c’è una radura affacciata direttamente sul cielo: qui,
infatti, le lastre sono posate in orizzontale. Decisi di fare ancora un giro
tra quelle pietre prima di trovarmi di fronte a lui. Avevo notato che un
gruppetto di visitatori si aggirava e indugiava intorno al monumento (uno dei
più imponenti e celebrativi della parte est) e preferivo aspettare di rimanere
da solo dinnanzi a Karl Marx. Ormai la mia attenzione era tutta rivolta a quel
monolite scuro e a ciò che rappresentava. Quando finalmente i pochi ammiratori
si dissiparono, decisi che era il mio momento. Il busto barbuto scrutava severo
in direzione del sobborgo gentrificato del nord di Londra. Appena sotto, in
caratteri dorati, il motto (o epitaffio?) “workers of all lands unite”. Non
potei non considerare che lì, in quel cimitero, la frase virava nel grottesco:
i sepolti di ogni terra e di ogni tempo erano uniti sotto quegli olmi,
collegati dalle felci e dai rampicanti, contrappuntati dai fiorellini gialli
selvatici che bucavano la terra scura. Il silenzio dominava, in quel punto
dell’Highgate Cemetery. Il monumento è dedicato non solo a Marx, ma anche alla
gravità della nostra epoca, di ogni epoca, nonostante i secoli brevi o quelli
lunghi, quelli bui e quelli più luminosi. Ritto di fronte al memoriale di Marx,
pensavo che lì stava sepolta anche un’idea impensabile che non apparteneva più
al nostro tempo, e che – non fosse per l’imponenza del monumento - sarebbe
finita anch’essa avvolta dalle felci nel giro di pochi decenni. Eccolo, il
“dreaded sunny day” degli Smiths. Con un poco di vergogna, dopo un attimo di
raccoglimento, accennai un pugno chiuso e decisi che era ora di uscire da quel
regno dove tutto era mescolato e veniva inghiottito nell’assenza ordinata delle
cose, o nella presenza impastata della fine.
Fuori
dal cancello, di nuovo gli schiamazzi del parco. Mi attendeva la salita di
Swain’s Lane, dovevo superare la doppiezza della casa a specchio del famoso
architetto, oltrepassare il quartiere dove la gente ormai aveva iniziato a
vivere la parte libera dal lavoro della propria giornata, e infine tornare al
mio appartamento, con le sue grandi finestre che davano sulla strada e sugli
alberi. Si era alzato un venticello piacevole, quasi a volermi spingere più in
fretta verso Archway Road, a pochi passi dalla fermata della metropolitana. Lì
davanti, nel giro di poche ore, avrei solo dovuto aspettare. La prospettiva di
quell’attesa arrivò come uno spirito benigno. Interpretare il mondo, cambiarlo.
In quel caso c’era poca differenza.
There is nothing lugubrious about Highgate's Gothic
cemetery, unless you happen to wander among the old, ivy-clad stone headstones
on a cold, rainy afternoon. On that particular day, however, the sun was
out and the light flooded the neighbourhood, from which certain vantage points
offer views of London from above.
Perched over a hundred metres above sea level,
Highgate is a pleasant suburb inhabited by young families, thirty-something
hipsters, and wealthy elderly Londoners. The neighbourhood feels like a village
in its own right, with clean streets, tree-lined avenues, Victorian and
Georgian façades, flower shops, grocery stores, and cafés serving pastries and
organic food. The continuous rise and fall of the road leading to the cemetery,
which passes through the village along High Street, is ideal for Sunday
strolls. Swain’s Lane, however, is a different matter entirely, putting the
legs to the test with its unusual steepness. Narrow and sharp, the lane is
flanked by two rows of brick walls concealing modernist villas immersed in
greenery. One of these villas is Eidolon House, which was designed by the
architect Dominic McKenzie. One of the building's facades, made of glass and
steel, is entirely mirrored and reflects the opposite trees, disappearing — or
doubling — within the space.
It is through this variable counterpoint of
sensations, suggestions and vistas, of openings and closings of urban
space, that one enters Highgate Cemetery. There is a public park nearby, and
the voices of children are one of the prevailing sounds as you venture onto the
pavement that branches off into various paths, some well-trodden and some less
so, among elms, oaks and lime trees (which were still bare as it was March). As
is my habit, I proceeded randomly, letting myself be guided by
inspiration and glimpses that caught my curiosity. I played at getting lost
among dirt paths increasingly tangled with roots, pebbles and ivy, scattered
with nineteenth-century gravestones devoured by time. Some were tilted and in
ruins, pushed off-axis by the shifting earth, now almost geological
elements. I couldn’t help but think of that Smiths song where the
protagonist wanders among the graves on a 'dreaded sunny day' and, favoured
by his patron saint Wilde, reads the inscriptions and asks:
“All those people, all those lives / Where are they
now? With loves and hates and passions just like mine, they were born, they
lived, they died; it seems so unfair, I want o cry.”
My sunny day was not dreadful at all; quite the
contrary, it was a wide-open window. Perhaps that is why wandering
among the headstones did not unsettle me. I remember it vividly: the light
filtering through the bare branches blending into a combination of soft and
sharp hues, the bright green of the ferns, the vivid blue of the sky and the
dark stones streaked with moss. As I tried to put the reason I was
there to one side, surrounded meanwhile by a thousand other reasons, all
gathered within a larger, more encompassing one, I noticed the black, modern and somewhat
ostentatious tomb of Malcolm McLaren, the Sex Pistols' manager. The crest
with the initials struck me as a poor taste Disneyesque touch, especially
compared to the simple, solemn ornaments on the surrounding graves. The deeper
I went among the trees, the more I felt the impression of a double space on my
steps, a place where life and death interact harmoniously without any sharp
boundaries, where the cycle of change encompasses both the graves, each bearing
the marks of time, and the person walking through them. This person cannot help
but see their own reflection on a symbolic and allegorical plane. Within the
folds of this strange, distorted yet clear dimension, I was surprised to see
Farsi characters appear among the austere nineteenth-century engravings,
dedicated to Iranian exiles uprooted twice (first by the Shah, then by the
Ayatollahs), as well as elegant Japanese kanji. These signs are evidence of
ancient connections and fascinations that remain intact among humans
united by the same destiny.
I did not want to reach my destination just yet. It
seemed as if the paths multiplied to infinity and that I had walked only a
fraction of them. Meanwhile, the light became dappled, yielding to the tilt of
the season and projecting oblique shadows that, in an undifferentiated world,
would have interrupted my steps and caused me to stumble constantly. The closer
I got to the centre, the more I noticed that the graves were becoming one with
the ground, lost in a secular, inexorable oblivion. I searched for Hobsbawm’s
grave, but I could not find it. I saw others, anonymous and laden with meanings
I only partially grasped. I could delay no longer. I returned to the main path
and walked back up the eastern slope. At the top of the gentle incline, on the
right, there is a clearing facing directly onto the sky. Here, the slabs are
indeed laid horizontally. I decided to take one more turn among the stones
before coming face to face with him. I had noticed a small group of visitors
lingering around one of the most imposing and celebratory monuments in the East
Wing, and I decided to wait until I was alone with Karl Marx. By then, my
attention was entirely fixed on the dark monument and what it represented.
When the last of the admirers finally left, I decided that the time was right.
The bearded bust looked sternly towards the gentrified suburb of North London.
Just below, in golden letters, was the motto (or epitaph?): 'Workers of all
lands unite.' In that cemetery, I couldn't help but feel that the
phrase had taken on a grotesque quality: the dead from every land and era were
united under those elms, connected by ferns and creepers, and contrasted with
the small wild yellow flowers piercing the dark earth. Silence dominated that
spot in Highgate Cemetery. The monument is dedicated not only to Marx, but also
to the gravity of our era and every other era, regardless of whether they were
short or long, dark or luminous. Standing before Marx’s memorial, I
thought that buried there was also an unthinkable idea that no longer belonged
to our time. Were it not for the imposing nature of the monument, it would also
have been swallowed by ferns within a few decades. There it was: the 'dreaded
sunny day' of the Smiths. After a moment of reflection, I made a brief
clenched-fist salute with a touch of shame and decided it was time to leave
that realm where everything was mixed and swallowed into the ordered absence of
things or the thickened presence of the end.
Outside the gate, the shouts from the park could be heard again. I had to ascend Swain’s Lane; first, I had to pass the famous architect’s mirrored house, then move beyond the neighbourhood where people had now begun to enjoy their day off work, before finally returning to my apartment, with its large windows overlooking the street and the trees. A pleasant breeze had picked up, as if urging me onwards towards Archway Road, just a few steps from the Tube station. There, within a few hours, I would only have to wait. The prospect of that wait came to me like a benevolent spirit. To interpret the world, to change it. In that case, there was little difference.