Sanremo 2026, aka "La canzonetta al tempo dell'AI"

Uno spettacolo indecoroso, come sempre. Forse questa volta anche più del solito. Grigiore tardo-meloniano, buffonate da animazione turistica di terz’ordine (l’uso dell’AI mentre il pubblico canta Papaveri rimarrà negli annali come momento più imbarazzante di sempre), brani spenti, melodie sciape, liriche incentrate su tristezza, ricordi, malinconia. Come al solito, però, rimane viva la fiammella della speranza. La speranza che dalle tenebre sorga una piccola luce, una Joan Thiele o un Lucio Corsi che, facendo ciao con la manina, ci facciano sentire che non tutto è perduto. Ma in fondo, anche solo sparare a zero su questo baraccone è divertente. 

Quindi, iniziamo (l’ordine è quello della prima serata).
 

Ditonellapiaga - Che fastidio (6/10) 

Inizio uptempo che sorprende per la sua netta incursione nella club culture alternativa. Nu-disco pulsante, electropop sostenuto da un bel beat house, modulazioni sintetiche che richiamano il Roland TB-303 (quei gorgoglii acid), attitudine electro clash e svolgimento melodico/canoro che fa il verso a MissKeta, con ritornello indie ad alleggerire il carico. Much ado for nothing? Probabilmente sì, vista la china di questa edizione. Poco male, salviamo il salvabile. 

Michele Bravi - Prima o poi (4,5/10) 

Volevo essere Perfume Genius, ma… Glassa sanremese per un cantautorato pop dallo sviluppo blando e scontato, per quanto non tutto sia da buttare (la melodia è impegnata in un sali e scendi che regala alcuni guizzi di vitalità). Voce interessante che avrei preferito sentire più sporca. Ma Sanremo è Sanremo e Michele Bravi è Michele Bravi. 

Sayf - Tu mi piaci tanto (4,5/10) 

Un’ibridazione tra Max Gazzé e Daniele Silvestri, ma con le treccione da Ghali. Sayf strizza l’occhio al pubblico andando sul sicuro, con quell'arrangiamento latino che piace sempre, giocoso e saltellante, rassicurante e convenzionale, ahimè scontato. Lui piatto, monocorde, incapace di un’interpretazione convincente, nonostante un testo meno banale del previsto. 

Mara Sattei - Le cose che non sai di me (5/10) 

Ballad zuccherosa disneyana. Bello però il richiamo beatlesiano del mellotron, capace di fare da trigger per l’ispessimento del sound nella seconda parte del brano, ben più riuscita e convincente rispetto alle premesse. Per il resto siamo di fronte al solito crescendo funzionale al climax vocale da scuola di canto. Poca sostanza. 

Dargen D'Amico - Ai Ai (4/10) 

Ci sono brani di Sanremo che sono invalutabili. Qui abbiamo un patchwork di tutto ciò che ci si aspetta dall’artista in questione: il funky, il rap, la chitarra elettrica per non farci mancare nulla, il testo impegnato “pigliatutto”. Un’esibizione di stile che pare un cabaret, rientrando difficilmente nella categoria “musica”. D’Amico è così: fa il suo, mette in scena il teatrino, il ritmo, i colori, l’irriverenza posticcia. E però, boh. Tanto la gente applaude sempre. 

Arisa - Magica favola (5,5/10) 

Ballata per certi verso ancora più disneyana di quella della Sattei. Malinconia lacrimosa da decadentismo tardo-meloniano, tra nostalgia delle cose di casa, del papà e della mammà. Con un po' di pazienza, però, l'effetto stucchevole lascia il posto ad altro, ad una complessità inaspettata. La melodia è particolarmente raffinata, gli arrangiamenti sono sottili e ricamano con intelligenza, e il fatto che i Matia Bazar facciano capolino nei refrain conferisce al tutto un discreto spessore. 

Luchè - Labirinto (3/10) 

Il festival della tristezza. Lui non prende una nota. Arrangiamenti messi lì a casaccio perché fa brutto lasciarlo a stonare da solo. 

Tommaso Paradiso - I romantici (5/10) 

Indie italiano puro. Siamo ai tempi di Calcutta e Brunori, momento amarcord vero. Anche lui nella fase in cui scrive le canzoni alla figlia. Compitino. 

Elettra Lamborghini - Voilà (3/10) 

Filastrocchina alla Carrà ai tempi della lobotomia da IA massiccia (che infatti interviene nel siparietto orripilante successivo - lo sai che i papaveri). Lei fatica a fare qualcosa di più che sussurrare al microfono, facendosi sovrastare dall’arrangiamento, danzereccio tripudio di torpori dance banalotti. Potrebbe anche vincere. 

Patti Pravo - Opera (?/10) 

Decadentismo fumé che prende il largo, poi sfuma, si perde, recupera ancora, rimesta nella grandeur divistica di un tempo, non porta da nessuna parte sapendo che il gioco è proprio quello. Personalmente la trovo un’inutile e stanca celebrazione dall’eleganza sfumata e avvizzita. Testo di livello. L’avrei vista meglio come ospite. 

Samurai Jay – Ossessione (2/10) 

Chico latino. Ennesima cafonata. Cosa dicevano gli Elio sui bonghi? Ah, sì: “Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam”. Olé. “Da dove si esce?” chiede Samuel alla fine. Lo vorremmo sapere anche noi. 

Raf - Ora e per sempre (5/10) 

Parte bene ma sfocia presto nel banale. Raf tiene bene la scena e fa il suo, ci mancherebbe. Ballad gonfia e mesta, condotta con diligente, impostato gusto iper-classico. Altro compitino. 

J-Ax - Italia starter pack (5/10) 

A questo punto alla prossima edizione ci portiamo Philippe Milleret (no, scherzo, per carità). Interessante (nel senso di inaspettata) la svolta folk-country di J-Ax, un po' versione macchiettistica e nazional popolare dei MCR, un po’ vecchia fattoria, un po' baracconata da catena Old Wild West. Una piccola scintilla nel vuoto assoluto (purché non si prenda il personaggio sul serio). La scintilla infatti non innesca nulla. Testo impegnato a metà, tra critica sociale e buttiamola in caciara. Non del tutto da buttare. 

Fulminacci - Stupida sfortuna (6,5/10) 

Lui sembra uscito dai primissimi anni Ottanta. Ce lo vedrei bene a cantare un pezzo di Garbo. Forse solo io ci sento Flavio Giurato nell’attacco, ma il punto è un altro. Il pezzo è un’elegante ballad screziata dalla disinvoltura in stile indie italiano, con una melodia abbastanza solida da solcare le partiture sanremesi, in questo caso capaci di nobilitare degnamente l’incedere del brano. Senza infamia, con qualche lode. 

Levante - Sei tu (5,5/10) 

Elegante, Levante. Belle armonie, bella costruzione compositiva guidata dagli accordi leggeri di piano e acustica. Un brano più complesso della media, un’interpretazione convincente e passionale. Tuttavia, il pezzo non decolla: una ballad impastoiata in una pesante drammaturgia all’italiana che sconta il rischio di stancare presto. 

Fedez & Masini – Male necessario (4/10) 

Una lagna che non finisce più. Fedez sembra sempre un bambino sperduto che vuole fare bella figura davanti alla maestra. Masini tiene note incredibili, ma l’alchimia tra i due non sembra funzionare a dovere. Pezzo inconsistente. Male innecessario.

Ermal Meta – Stellina (7/10) 

Arrangiamento originale, r’n’b fitto di profumi mediterranei, balcanici, mediorientali, tra oud e sintetizzatori, testo di rilievo (ritornerà, la - rossa - primavera?). Lui riesce a regalare una prestazione vocale di livello, addirittura inaspettata con quel suo soprano impeccabile nel finale. Un brano vivo, colorato, contemporaneo nella migliore accezione del termine. Vincitore morale (e non solo) del Festival.

Serena Brancale – Qui con me (4,5/10) 

Altra gran voce, ma la preferivo alle prese con il suo estro da multistrumentista tropical-house dell’edizione passata. Qui si mette in scena un brano stucchevole nel suo insistere sull’emotività lacrimosa, sul climax continuo (un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio di Giorgia), col rischio concreto di sovraccaricare sia l’andamento del brano che la sopportazione dell’ascoltatore. 

Nayt – Prima che (4/10) 

Nayt fa il rapper e lo fa per bene, senza tracimare in territori non suoi (per quanto sia ancora dubbio quanto Sanremo possa essere territorio adatto a questo genere). Ciononostante, il pezzo rimane banale e piatto, nessun elemento innovativo, nessun guizzo. 

Malika Ayane – Animali notturni (6,5/10) 

Funky-pop profumato e spigliato, una roba molto anni Settanta riletti dalle nuove correnti nu-disco che vanno tanto di moda ultimamente (ma quel motivetto nel refrain mi ricorda un sacco la sigla di Lunedìfilm). Finalmente un po’ di eleganza compositiva, per quanto si tenda verso lo standard. 

Eddie Brock – Avvoltoi (3,5/10) 

Tra pop urlato e stereotipi rrrruock, Eddie Brock porta a casa un brano scontatissimo, lineare e rosicone (se le tue relazioni vanno male è colpa tua perché ti cerchi i ragazzacci, eccetera). Non si aggiunge nulla al tono lamentoso del Festival se non un tasso di paternalismo patriarcale che la metà bastava. Insomma, l'avvoltoio mi pare lui.

Sal Da Vinci – Per sempre sì (4/10) 

La minaccia dell’amore eterno incastonato in un anello brillante, la gabbia dorata proposta con charme cafoncello ed esuberante. Il pezzo è a suo modo trascinante, scorre liscio come l’olio. Ma lo fa entro i confini di un manierismo neomelodico ermetico, implacabile, eccessivamente di genere. E poi l’immaginario... Va beh, pura cultura deteriore italiana. 

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare (4/10) 

Il piano, gli svolazzi, la lettura autobiografica nel segno della solita, melensa, messa a nudo della propria fragilità di ometto al passo con i tempi. Un brano vuoto, già invecchiato male, da Jovanotti al tempo di Amici. No, non ci siamo. 

Tredici Pietro – Uomo che cade (6,5/10) 

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E in questo caso si atterra in piedi, perché il flow è buono, la base intrigante nel suo groove vintage, lounge (piano elettrico che riverbera liquido e si sposa benissimo con l’apertura melodica del refrain alla Frah Quintale, partiture d’archi che fanno molto Motown anni Settanta). Piccola sorpresa. 

Bambole di Pezza – Resta con me (3,5/10) 

Un gruppo di rock al femminile dove le chitarre potrebbero anche non esserci. Loro si agitano, si scuotono, si esaltano, ma fanno poppettino da quattro soldi. Bei tatuaggi, yeah. 

Chiello – Ti penso sempre (6,5/10) 

Ma che carino questo Chiello. C’è l’indie rock, ci sono le pose trap, c’è la melodia emo-pop, il mood a metà tra i Baustelle e Lil Peep. Pezzo che scorre bene e che, forse, rappresenta il vero pesce fuor d'acqua dell'edizione 2026.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta (5/10)

I presunti alternativi, alla fine, rischiano di essere i più tradizionalisti e convenzionali del lotto. Riferimenti totemici (da Nada a Battiato, da Battisti ai TARM – la maglietta disegnata da Toffolo), i nostri sono studiati fino all’ultimo dettaglio, ma nel tentativo di apparire disinvolti e spontanei. Niente di male, si intenda, purché non si cada nel tranello. Il risultato, in fondo, è un’esibizione di alta moda post-adolescenziale e canzonette bubblegum. Simpatici, melodici, sostituiscono degnamente i Coma Cose parlando di temi che una certa fetta di ascoltatori ascolta solo se debitamente camuffati. 

Leo Gassman – Naturale (4/10) 

Siamo un paese di santi, navigatori e figli d’arte. Poco altro da dire. 

Francesco Renga – Il meglio di me (4/10) 

L’ennesima canzone di cui non avevamo tutto questo bisogno. Struttura trita e ritrita, lui che urla, l’orchestra che suona la stessa partitura again and again. Che fatica. 

LDA e AKA7even – Poesie clandestine (3/10) 

Latin pop di un altro figlio d’arte. Compitino. Buonanotte.
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Aosta City Blues su minima&moralia

Strade, di Edoardo Meda
Riveduto, asciugato, aggiornato. Il mio romanzo Aosta City Blues meritava una seconda chance. Così, a partire da oggi, ogni lunedì e venerdì ACB uscirà a puntate sulle pagine virtuali di minima&moralia.

La storia è quella di Luca, neo-laureato disilluso e smarrito che torna nella sua regione d'origine dopo gli studi universitari. Qui si trova a fare i conti con la precarietà e con le frustrazioni della piatta vita di provincia (oltre che con un gruppo di fascio-indipendentisti particolarmente avventati).

Non solo parole, perché il romanzo sarà illustrato dalle splendide illustrazioni espressioniste e punk di Edoardo Meda.

Curiosi? Buona lettura!

Capitolo 1 - Preludio

Capitolo 2 - Le cose

Capitolo 3 - DVX

Capitolo 4 - Proprio con Umberto?

Capitolo 5 - Kazakistan

Capitolo 6 - Orgasmi

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Il sigillo

Non passo quasi mai per questa strada, eppure vivo qui da sempre. 
Per terra le cartacce frusciano sull’asfalto dissestato. 
Un tratto di carreggiata sta sprofondando attorno a una buca. 
Nell’aria sento l’odore dell’acqua piovana che ristagna nei tombini. Il tutto si mischia a un generale sentore di muffa e terra fradicia. 

Abbiamo un lavoro da fare. 
“Sbrighiamoci, si fa buio”, dico all’apprendista che arranca dietro di me come un cagnolino. Ci sono un paio di lampioni funzionanti, uno l’abbiamo superato da poco e ci regala la compagnia delle nostre ombre tremole. L’altro puntella l’orizzonte di una fioca luce arancione che vibra nella foschia. Sento un cane abbaiare da qualche parte, lontano, nella più totale assenza di suono. Le persone che abitano in questo quartiere, le poche rimaste, stanno ai piani alti ed evitano di farsi notare, soprattutto quando scende la sera. Le finestre sono coperte da assi di legno recuperate da qualche cantiere abbandonato. Non ci sono molte ragioni per uscire in balcone, di questi tempi. E ancora meno per farsi vedere da occhi indiscreti. 

Noto una targa metallica, una delle poche rimaste affisse ai portoni d’ingresso. Leggo “Studio psicologi associati”. Una volta la gente andava a risolvere i problemi dallo psicologo, anche se chiamarli problemi mi sembra assurdo. Qualsiasi cosa potesse stridere con l’aspettativa di una vita senza attriti era considerato un problema. Ti moriva il cane? Andavi dallo psicologo. Ti accorgevi che la vita non aveva senso? Sempre dallo psicologo. A conti fatti non sembra che nessuno abbia imparato granché: la città è in preda a una psicosi collettiva. Ogni giorno gli addetti funerari raccolgono gente per terra, nelle case, gente morta ammazzata, chi si è buttato di sotto, chi è stato massacrato di botte, chi semplicemente si è lasciato spegnere. 

“Dì, tu sei mai andato dallo psicologo?”, chiedo al ragazzo accennando un sorriso. 
“Da chi?”, fa lui distratto. 
“Non ti è mai morto un cane, o un nonno a te?” 
“Sì, ma sono arrivati quelli lì a portare via il corpo. Non lo... psicocoso” 
Se stia parlando di una bestia o di una persona non lo so. Tanto il risultato è uguale. 

La strada si addentra in quello che doveva essere un quartiere commerciale di second’ordine. Le insegne di un bar ciondolano sull’infisso sfondato. 
“Diamo un’occhiata”, dico dirigendomi verso l’ingresso. 
Il ragazzetto mi segue controvoglia. Non si sa mai quello che si può trovare nei locali abbandonati, questo l’ha già imparato, e infatti mette la maschera protettiva senza che gli dica nulla. Bravo ragazzo. 
La prima cosa che noto, puntando la torcia nel vorticare della polvere che si solleva ad ogni passo, è il frigo dei gelati. È aperto. Si vedono ancora le decorazioni sbiadite dei vari prodotti. Per il resto sedie rovesciate, il bancone con la spillatrice che qualcuno ha provato a scardinare. E poi un grande specchio incrinato, che nonostante uno strato spesso di sporco riflette le nostre figure deformate, mettendomi i brividi. 

D’un tratto un tonfo. Una sedia appoggiata su un tavolino cade facendoci sussultare e una macchia nera scatta soffiando verso il ragazzo che per lo spavento perde l’equilibrio e si trova con il culo per terra. È un attimo: quella cosa con uno scatto passa oltre e scompare all’esterno. 
“Cazzo, tutto bene?” gli dico con voce troppo alta. 
“Sì, ma che animale era?”, risponde col fiato rotto. 
“Non lo so. Una volpe forse, o un tasso. Guarda se per caso ci sono dei cuccioli sotto quel tavolo. Sarebbe stato meglio catturarla quella bestiaccia.” 
Fa cenno col capo, rialzandosi. 
“Qui non c’è niente”, dice dopo un po’. 
“Andiamocene allora, non abbiamo ancora finito.” 

Fuori il buio è sempre più fitto. Dobbiamo sbrigarci, continuo a ripeterlo tra me e me. È come se sentissi mille occhi puntati dai palazzi intorno. È probabile che sia così, anche se l’uniforme del comando comunale garantisce ancora un minimo di garanzie. Percorriamo l’ultimo tratto di via, il secondo lampione sempre più vicino. Si è alzata una nebbia fitta. Superiamo un distributore di sigarette scassato, un locale di cibo da asporto con la saracinesca giù da chissà quanto tempo, un lavasecco da cui arriva un odoraccio di fogna. Ed eccoci al nostro obiettivo. 
“Ci siamo. Rimetti la maschera. Metti anche i guanti”, sussurro. 

Dall’interno del negozietto proviene una luce flebile, tremola. Nessuna insegna, solo una freccia e un cuore dipinti di rosso. Oltrepassiamo la tendina di perline di plastica che separano il dentro dal fuori. E la vediamo. È stesa su un materasso messo a lato di un tavolo su cui sono sparsi dei fogli. Una pistola è poggiata a un passo dal suo corpo. Con un calcio allontano l’arma, per evitare sorprese. Mi chino su di lei. Respira appena, emette un leggero rantolo, gli occhi semichiusi. Recupero la coperta che si è afflosciata su un lato. Gliela adagio sopra cercando di non lasciare zone scoperte. 

“Prendi il sigillo”, ordino al ragazzo. 
Lui tira fuori dalla borsa un rotolo di nastro giallo fluorescente. Con un gesso bianco traccio una grossa X vicino al corpo. Poi mi alzo ed esco. Il ragazzo è già fuori. Lo capisco. 
Faccio passare il nastro da un’estremità all’altra dello stipite. 
“Domani ci penseranno quelli dell’anticontaminazione”, bisbiglio tra me e me. 
Lui non dice niente, la testa bassa. 
Passiamo oltre il lampione e superiamo le nostre ombre. 
Il nostro dovere, per oggi, l’abbiamo fatto. Ora torniamo a casa. In fretta.
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La musica salvata. Alcuni dischi della vita

Tempo di bilanci? No, però ogni tanto è bello fare un recap, ricordarsi le cose belle, metterle nero su bianco. E dunque ecco la domanda: quali sono i dischi che hanno sempre fatto parte dei miei ascolti meravigliati e che, con tutta probabilità, continueranno a farne parte? Quelli in cui mi ritrovo, in cui mi perdo, che sento vicini? Dischi, non canzoni, perché la fruizione di un album è cosa ben diversa dall'apprezzamento di un brano in una playlist disorganica. Un album è una storia che si snoda, un discorso a tutto tondo, un percorso complicato, tortuoso, non privo di inciampi. Ma si arriva sempre da qualche parte, ogni volta. E allora ecco alcuni dei miei amori musicali, in ordine sparso.

smashing pumpkins billie Corgan mellon collie
The Smashing Pumpkins - Mellon Collie & the Infinite Sadness (Virgin, 1995)

Un monolite, un gigante generazionale che dipinge definitivamente un'epoca. Doppio album, durata totale 121 minuti. L'avevo masterizzato e avevo creato un case artigianale a cui sono ancora affezionatisimo. Qui dentro c'è tutto: il rock duro, le ballate sdolcinate, bozzetti vampireschi a base di harpsichord, svolazzate psichedeliche, pop sontuoso, sfuriate noise. Il vero valore aggiunto di tutto questo, però, è la carica narrativa totalizzante dell'operazione Mellon Collie, un'immersione nelle ansie, nei voli pindarici, nelle rabbie e nelle delusioni infinite dell'adolescenza. Una roba che ti ricorderà per sempre chi sei stato e perché lo sei stato, e ancora perché non ci puoi fare proprio niente se ora sei quel che sei: arrivi da quel magma lì, ed è bello che sia così. 

black heart procession slowcore rock nineties
The Black Heart Procession - 2 (Touch and Go, 1999)

Mi ha sempre colpito il mood infestato di questo lavoro, che nel tempo è diventato uno dei miei definitivi comfort album. Scricchiolii, cigolii, rumorini, risonanze, il wurlitzer che aggiunge una consistenza madida al tutto, la singing saw che sibila metallica aggiungendo una peculiarità armonica sinistra e fascinosa. Sono canzoni da boschi durante giornate nuvolose o da solai polverosi quando viene sera, un country gotico che mescola l'approccio indie dei Neutral Milk Hotel mischiandolo a Nick Cave e Nico, senza rinunciare a un songwriting folk di pregiatissima fattura. Pezzi come Blue Tears, A Light So Dim e It's a Crime I've Never Told You About the Diamonds in Your Eyes rimarranno tra le cose più belle mai ascoltate.

the cramps lux interior psychobilly
The Cramps - Songs the Lord Taught Us (Illegal / I.R.S., 1980)

Il primo lavoro dei Cramps fa venire voglia di essere cattivi, di tirare fuori le proprie perversioni, di abbandonarsi ad atti insensati e torbidi. Ed è un bene che esistano album così: perché incanalano le peggiori pulsioni dell'animo umano facendole fluire entro un alveo non distruttivo, innocuo perché mediato dalla musica. Un esorcismo, quindi, un rito di sublimazione che crea una valvola di sfogo paradossalmente anche più carica, intensa e gonfia di conseguenze (per quanto non credo proprio che le intenzioni di Lux Interior fossero queste). I Cramps sono sguaiati, sporchi, volgari, allusivi, estremi. Il loro rockabilly psicotico è saturo di spettri, presenze, sfoghi nervosi. Il sound è noise, impreciso, rozzo, morbosamente devoto e sconciamente contaminato. E, inutile dirlo, è tutto così appassionante, liberatorio e sedizioso che è impossibile non sentirsi intimamente coinvolti da questo capolavoro che non perderà mai la sua carica malata, sensuale e pazzoide.

deftones white pony nu metal rock chino moreno
Deftones - White Pony (Maverick, 2000) 

La prima volta che ascoltai i Deftones fu come una conquista, una rivendicazione di identità. Il loro sound era di tendenza, ma era anche strano, estremamente caratterizzato e contaminato (cosa che ha sempre catturato la mia curiosità). Un ottimo viatico, insomma, per tracciare un solco, una distinzione, tra gli ascoltatori banalotti dei Limp Bizkit e i grezzoni che amavano gli Slipknot. Insomma, nu metal sì, ma con classe. Al tempo non sapevo che quella classe avesse tre progenitori: lo shoegaze, i Cure e i Depeche Mode, e che Chino Moreno fosse un raffinato amante della musica, non un semplice ragazzotto con la passione per l'erba e lo skateboard. Poco importa: White Pony era ed è un gioiellino caustico e aggressivo, ma anche dotato di un'attitudine trasognata e onirica, malinconica e cupa, oltre che di una rigorosa disciplina, merito di uno dei migliori batteristi di sempre (mi ha sempre stupito l'inventiva austera dei pattern in Digital Bath). Ho sempre trovato sorprendente, quasi come se stessi assistendo a un fatto innaturale, come a Street Carp (il riff di elettrica più minaccioso di sempre) potesse seguire una perla electro-acustica del calibro di Teenager, o come una band heavy potesse dar vita a un capolavoro di atmosfere soffuse e dolciastre come Change (In the House of Flies). I Deftones mi hanno insegnato ad accettare le variazioni e i contrasti, anche quelli più netti. Hanno accompagnato il mio percorso di vita durante il liceo, rimanendo incastonati nel mio sentirmi me stesso fin da allora. Un punto fermo.

interpol post punk new york indie
Interpol - Turn On the Bright Lights (Matador, 2002)

Un disco che non smette di crescere anno dopo anno. Il post-punk riletto e aggiornato per tornare ad essere un'immensa fonte di ispirazione generazionale, nonostante già allora fossero passati eoni da Ian Curtis e tutto il resto. Qui, però, c'è tutto uno spirito del tempo che è il nostro tempo (nostro di noi ragazzini in quell'inizio di anni zero), privo dell'aura sacrale che gli Ottanta ereditavano dai Settanta, per un'attitudine urbana disillusa e smarrita (dopo l'11 settembre), profanamente rock, ma al contempo colma di enfasi e traboccante di emozionalità post-adolescenziale. Il sound degli Interpol è così d'impatto perché unisce la cupa ruvidezza del post-punk a un'attitudine teatrale e romantica, dedita a rincorse e rallentamenti, espansioni meditative e immediatezza indie-rock. Il basso imperioso di Carlos D, le chitarre che pescano da territori post-rock di Kessler e Banks, le ritmiche squadrate di Fogarino, tutto si incastra alla perfezione e contribuisce ad uno dei sound più caratteristici degli ultimi trent'anni.

piano magic dream pop disaffected music review
Piano Magic - Disaffected (Darla, 2005)

Vi basti il testo di Theory of Ghosts per capire perché un album così entra sottopelle e lì rimane ("And i've a theory of girls / They always seem to leave in the spring / As if they know that it hurts more / To carry a heartbreak through the summer"). Glen Johnson ci ha messo un sacco di tempo (e una nuova line-up; della serie: ripartiamo da capo) per raggiungere questa perfezione, anticipata parzialmente dal precedente The Trouble Sleep of Piano Magic, ma qui portata all'apice espressivo e stilistico. Disaffected è un disco di spettri, di presenze, di rumori dietro alle pareti (You Can Hear the Room), un gioiello dream pop che parla linguaggi variegati, tra spigolosità new wave e scintillii synth (la stupenda Deleted Scenes), tutto legato da un'inquetudine esistenziale profondissima che non può lasciare indifferenti. E deliziati, mutati, vacillanti.

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Placebo - Without You I'm Nothing (Virgin, 1998)

Ho sempre nutrito una forte ammirazione per le parti di chitarra di Brian Molko, soprattutto in questo secondo lavoro. Nervose, irrequiete, sferraglianti, eppure precise, chirurgiche nel loro sfregiare l'andamento dei brani con accordi dissonanti e inquieti. E però c'è molto altro: accanto ai pezzi più agitati ci sono alcune tra le più belle ballad scritte negli anni Novanta. Ask for Answers, con quel giro di accordi che volteggiano sul bellissimo drumming delicato e minimalista (nonostante i giochi di rullante), Without You I'm Nothing, dove le sequenze armoniche della sei corde raggiungono una grazia ed un'espressività capace di mettere ogni volta i brividi, fino ad arrivare alla stupenda interazione basso-chitarra di Burger Queen, col suo finale dilatato fatto di progressioni di accordi sospesi regala un affresco atmosferico senza pari. Da ascoltare e riascolare, ogni volta una scoperta.

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Sonic Youth - Daydream Nation (, 1988)

Può un disco evocare perlopiù immagini, o sensazioni non uditive? Certo che può, e Daydream Nation fa proprio questo. Non sono mai stato a New York, però me la immagino esattamente così. Le sue luci notturne soffuse, i vapori che si sollevano dai tombini, il vorticare delle auto, la grana spessa di asfalto e ferraglia, la vita che si addensa fino a tramutarsi in combinazioni estatiche, strato su strato. Ecco. I Sonic Youth e il loro capolavoro, summa di noise rifinitissimo e insieme intellettuale e punk, proteso in avanti, beffardo e dissacrante, eppure così legato a un passato che di sicuro passa dai Velvet Underground. Ascoltare questo disco è un'esperienza che va dall'entusiasmante allo sfiancante: il minutaggio, la struttura fluttuante e caotica dei brani, le continue digressoni no-wave, la costante assenza di certezze e di appigli ne fanno un simbolo, più che un lavoro pop. Certo non mancano i momenti di pura propulsione urbana (le accelerazioni di Silver Rocket, il motorik ipnotico di The Sprawl, la psichedelia turbata di Eric's Trip, il meraviglioso coacervo chitarristico di Hey Joni, l'altrettanto esaltante saliscendi di Candle e Rain King), ma lo sguardo d'insieme è quello di una sistematica destrutturazione anarchica e sprezzante. Allora avevo appena un anno e non sapevo che mondo si stava preparando ad accogliermi. The world is dull, but not today.

Verdena - Il suicidio dei samurai (Blackout, 2004)

verdena luca ferrari samurai rock italiano

Ovvero: Seppuku (o harakiri). E invece no, si sceglie di essere prosastici. Caratteristica tipica dei Verdena, a pensarci.  Il loro terzo lavoro è il perfetto connubio tra l'esordio, acerbo ma piacevolmente caustico, e il sophomore, gonfio, sperimentale, roboante ma forse un po' dispersivo. Qui l'equilibrio nella scrittura, tra strutture heavy, digressioni psichedeliche e forma canzone, si affianca alla quasi totale autonomia produttiva: le registrazioni avvengono in quell'Henhouse che di lì a poco diventerà il laboratorio esclusivo della band, mentre il missaggio viene affidato al Metropolis di Londra. Il risultato è un sound complesso, granitico, dove, puntellati da un basso maestoso, regnano strati di chitarre spesse e incazzate che volentieri si espandono in saliscendi fragorosi di marca stoner (si prenda la title-track), e che finiscono spesso col perdersi e indugiare in scenari onirici (Far Fisa), ma anche un Mellotron che caratterizza e definisce le armonie psych, per non parlare di un'enfasi lirica che raggiunge picchi emozionali impensabili: Balanite, Phantastica (il nostro personale inno post-grunge), Glamodrama (una delle code strumentali più fighe di sempre), 40 secondi di niente, solo per citarne alcune. Un album che si colloca dignitosamente accanto ai grandi del rock di quegli anni, e che avrà per sempre un posto di riguardo nei miei ascolti più appassionati. 

Baustelle - Sussidiario illustrato della giovinezza (Baracca & Burattini, 2000)

baustelle esordio musica italiana

Dice tutto il titolo. Ascoltare l'esordio dei Baustelle è come essere immersi in un servizio di cronaca nera di provincia prendendo il sole sotto l'ombrellone a quindici anni (si pensi alla splendida La canzone del riformatorio), con addosso quel torpore malaticcio e irrequieto delle adolescenze di praticamente chiunque, fatte di pulsioni masticate tra le labbra e lasciate esplodere a casaccio. Ogni riferimento, ogni verso, ogni sonorità è un omaggio a quel periodo, reso con dedizione cinematografica, con vocazione autoriale, facendo nostra - a livello di sonorità - la maniera di Pulp e Auteurs ma anche una fascinazione chanson incastonata in un gusto ibrido anni Sessanta/Ottanta. Il sound è ricco di contrasti (l'elettronica easy, le chitarre twang, gli arrangiamenti vagamente baroque) che ben si sposano all'ambiguità delle liriche, sempre sospese tra un romanticismo pruriginoso e un aperto erotismo, tra la citazione colta e il riferimento profano. Pornografia esistenziale a buon mercato (Sadik - "Antiomologata adolescenza torbida, meglio di dovere lavorare in fabbrica"), innamoramenti languidi alla Gainsbourg (Noi bambine non abbiamo scelta), scintillanti rievocazioni di gioventù di provincia (Gomma), romanticismo radicale condotto in una lenta e letale progressione di sillabe (La canzone del parco). Da dischi così non se ne esce facilmente. Per fortuna, direi.

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Paimpol

Porto di mare a Paimpol, viaggi Islanda

Da questo paesino partivano i pescatori per l’Islanda e molti non tornavano, lo dice un pannello sulla darsena. Dal porticciolo di Paimpol l’orizzonte è fitto di alberi maestri che ondeggiano sull’acqua calma. Le casette bretoni sono composte da mattoni e intonaco. I loro tetti scuri d’ardesia creano una zigrinatura, una cornice tra la terra e il cielo che invita a rimanere con lo sguardo ancorato. Nei porti, il mare è sempre al di là. A bordo, il cielo sarà l’unico scenario e le case un ricordo. 

Dovrò aspettare ancora. La ragazza non è stata precisa sull’ora, ha solo detto “nel primo pomeriggio.” Porta con sé la proposta su cui mi sto arrovellando da mesi. Ordino ancora un cidre. Qui lo servono in tazze di ceramica che piacciono molto ai turisti. È buono, acido e dissetante, non lascia la pesantezza tipica della birra. È la fine dell’estate, per gli altri. Non per me. La luce è diafana e accecante, ma non schiaccia come a luglio o ad agosto. Ieri ero al Beg Bilfod, con il suo faro ottocentesco che vigila sugli isolotti che sembrano il dorso di una creatura marina riemersa. Lo sguardo si riempie di luce mentre segue le scogliere irte che si infossano nel mare. Ho ancora la sensazione del vento sulla faccia, qui al mio tavolino. Ho un brivido, mi stringo nella giacca a vento blu. 

La verità è che questo viaggio lo sto facendo solo per lei. Tutto il resto, fino a qui, è stato solo un’attesa, un riempire le pause. Quello che so della ragazza è che si chiama Constance, ha i capelli castani, corti, e conosce un armatore. Mi ha parlato di come il mare ti cambia, dopo un po’, di come l’ha cambiata, ormai. Fino a pochi giorni fa stava solcando le onde diretta a Brest. “Ma non vediamoci lì, è un casino. Paimpol è meglio, non si dà troppo nell’occhio.” 

Sono stanco. Stanco del ritmo che ho dato alla mia vita. Una vita di terra, di pianura, di tragitti ripetitivi, di pochi scossoni, di scarsa improvvisazione. Dovrei tornare a casa tra qualche giorno, ma non ne ho voglia. Per questo sto per incontrare Constance. Perché non ho voglia di tornare a casa. Quando appare la riconosco subito. Si siede al mio tavolino, fa un gesto e la cameriera ammicca. Non ci salutiamo, ci guardiamo soltanto. Lei sorride appena, scrutandomi con gli occhi ridotti a due fessure dalla luce obliqua del settembre bretone. Ha un cappellino che le schiaccia i capelli sulla fronte. Ha più rughe di quante ne dovrebbe avere una della sua età. La pelle cotta dal sole. 

“Si partirebbe dopodomani. Mattina presto” mi dice sorseggiando la sua tazza di cidre appena arrivata. “Armel non ha problemi a imbarcarti, ha già un permesso turistico per i primi giorni, poi in qualche modo si farà.” 

“Come ti dicevo, però, non sono pratico” faccio io. 

“Quello non è un problema. Imparerai. All’inizio devi solo abituarti al mare, poi tra un mese ti renderai utile per davvero. Sarà un lungo viaggio, devi solo essere pronto a questo, perché una volta partiti non si torna indietro.” 

“Ci sarai anche tu?” chiedo rendendomi conto che è una domanda sciocca. 

“Per un po’ sì,” mi rassicura Constance con un tono di voce soffice. Lascia la tazza e mi sorride, poggiando il mento su una mano aperta. “Almeno fino al Mare del Nord. Poi non so.” Ha assunto un tono sbarazzino, come se si fosse sciolta. Come se si stesse abbandonando a questo posto mite che pare cullarci. 

Finiamo il cidre e non servono altre parole. Il sole è tornato a scaldare la pelle, la brezza che arriva dalla Manica si è placata e lei ha chiuso gli occhi, come se stesse meditando, le dita strette attorno alla tazza vuota di ceramica. Vedo le sue pupille muoversi dietro le palpebre, all’inseguimento di qualche pensiero che guizza poco sotto la superficie. 

Dopodomani si parte, penso io. E mi sento sommerso da un mare di possibilità di cui non riesco nemmeno a tratteggiare i contorni. Partire e basta. Un salto imprevisto, uno stacco netto. A questo punto il dopo non mi interessa più, sento l’abbraccio di un presente che si sta estendendo secondo traiettorie nuove, sconosciute, inverosimili. Chiudo gli occhi anche io, sento i raggi del sole sulla faccia, il torpore del pomeriggio che avanza, la sua voce che piano suggerisce “prendiamo un altro cidre?”
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Chissà se i gatti provano la stessa malinconia che sta incrinando le mie fibre, ora

Un gatto racconto breve matteo castello blog
Chissà se i gatti provano la stessa malinconia che sta incrinando le mie fibre, ora. Il mio gatto, Cilum, detto Cili, sta guardando un punto indefinito all’orizzonte, adagiato su un cuscino logoro sopra una vecchia sedia di legno, messa lì per lui e per lui soltanto. Quando chiude gli occhi lo fa lentamente, con un certo languore, come se fosse un movimento consapevole. E proprio in quel momento, mentre indugia assorto a palpebre serrate, lo immagino pensare pensieri tristi. Lo sto fissando da qualche minuto. Tutt’a un tratto tende le orecchie, lo sguardo vivo. Deve aver sentito qualcosa, un cane che abbaia, un’auto che passa, fuori. Dopo poco gira la testa e mi scruta con quell’espressione vacua e enigmatica che sanno assumere solo i gatti. Chiude ancora una volta gli occhi per poi acciambellarsi sul cuscino, indifferente. Per lui la questione può dirsi chiusa, ma io sono ancora tutto rivolto verso questa creatura così misteriosa. Mi chiedo come sia possibile essere due entità tanto separate, senza che esista un contatto, un appiglio. Respira delicatamente, il pelo si solleva appena, la sua struttura organica è ridotta a poche funzioni elementari. 

Dopo un paio di volteggi sgraziati una mosca si posa sul suo naso. Sento un leggero solletico mentre il gatto si scuote appena per sbarazzarsi dell’insetto, che vola altrove in uno zig-zag d’ali. Che strano. Mi trovo all’improvviso di fronte a me stesso. Lo spazio intorno ha assunto una luminosità sfumata, spenta, ma fitta di dettagli. Vedo il pulviscolo che aleggia vorticoso nell’aria. Io sono seduto a gambe incrociate, lo sfondo alle mie spalle è sfocato. Mi stropiccio gli occhi, mi vedo mentre lo faccio, come se mi osservassi dall’esterno. Eppure mi sento, sento di essere incarnato in qualcosa, percepisco i miei contorni soffici di pelo, l’umidità del naso. Mi lecco una zampa per poi passarla sul muso. 

L’umano. Ha l’espressione di uno che non dorme come si deve da un bel po’. Sta lì, accartocciato, senza un minimo di eleganza, con i capelli spettinati e un’espressione imbambolata, come se ci fosse chissà cosa da guardare, da scoprire. E pensare che è gentile con me. Dovrebbe essere altrettanto gentile con sé stesso. Torno a nascondere il muso nel pelo soffice. Mi piace il mio odore. A palpebre chiuse restano solo i suoni esterni, di fronte agli occhi un campo di macchioline che sciamano come i moscerini della frutta. Formano scie che si spalmano su questo velo scuro e pian piano sbiadiscono, mentre là fuori lui continua a guardarmi e interrogarsi sulle mie emozioni. Non sono sempre felice, sarei disonesto ad affermarlo. Ma quando tiro fuori le unghie e scortico la corteccia del pruno sento le endorfine arrivarmi fino alla punta della coda. E quando inseguo una lucertola fino allo sfinimento non potrei sentirmi più vivo. Mi chiedo come possa l’umano passare il suo tempo a non fare nulla, a non arrampicarsi sugli alberi o cercare femmine quando è il periodo giusto. 

Ed ecco di nuovo quel suono, come un lontano miagolio. Torno a scrutare oltre il vetro con gli occhi spalancati. Là fuori c’è qualcosa che mi chiama. So che oltre la strada, oltre le automobili che sfrecciano rumorose, ecco là fuori, da qualche parte, c’è dell’altro. Che cosa sia non lo so. Però non riesco a superare la linea invisibile che separa il meleto dall’asfalto, non riesco a non tornare ogni volta qui, su questa sedia, a farmi assorbire dal buio e dalle macchioline di colore. E sempre, anche quando scarnifico la corteccia, mi prende un lieve sconforto, se così si può dire, generato dalla nostalgia di qualcosa che non conosco ma sento presente. Come una memoria dal futuro

Riabbasso le palpebre. Sento un solletico. Questa mosca la deve smettere di ronzarmi attorno. Con uno scatto felino mi tendo tutto e provo a mangiarmela. 

Ho un sussulto, qui sul divano. Non mi aspettavo questo impeto. Mi sento intorpidito, devo essermi appisolato. Ero così assorto nell’osservazione del gatto che mi è sembrato di perdermi nella sua testa. Mi passo una mano tra i capelli, guardo fuori dalla finestra. Si è fatta sera, così, da un momento all’altro. L’aria si sta facendo rarefatta e opaca, mentre la luce piega le tonalità dei colori su tinte livide che mi fanno sentire un gusto amaro in bocca. Mi rendo conto che dovrei alzarmi e fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un gatto, io. Mi sollevo dal divano e il peso che sentivo in testa scende giù nello stomaco accompagnato da una certa vertigine. Il gatto schiude gli occhietti e mi guarda severo. Mi sembra, anzi sono sicuro, che mi stia giudicando. Se potesse parlarmi, forse, mi esorterebbe ad uscire da questa casa e a superare il meleto, andando a vedere cosa c’è oltre quelle maledette macchine che scorrono e rumoreggiano senza sosta.
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